Psichiatria

Coronavirus: perché ci impaurisce così tanto?

Emergenza sanitaria globale!!!

Cresce il bilancio dei morti o contagiati. Infausti avvertimenti di nuovi casi in tutto il mondo! I giornali titolano “Dovremmo preoccuparci?”. Le due ombre del coronavirus sono su di noi, sia la malattia che la nostra paura.

La malattia è nuova, la paura, ad ogni modo, no. Entrambe tuttavia hanno bisogno di essere comprese, perché entrambe pericolose.

Ricordate il virus del Nilo Occidentale nel 1999? La SARS nel 2003? L’Ebola nel 2014? E il virus Zika nel 2015?

Sebbene siano ampiamente diversi, agiscono tutti sulle stesse ansie che molti di noi stiamo sperimentando anche oggi. Le parole su questa nuova malattia si diffondono più velocemente della malattia stessa. Vale la pena perciò dissezionare ciò che questi episodi ci insegnano sulla psicologia che si cela dietro la nostra paura del coronavirus. Perché ci preoccupiamo così tanto di certe cose e mai abbastanza di altre, contribuendo conseguentemente a creare nuovi rischi?

Avete presente i ricordi che ho invocato citando le altre “nuove pandemie”? Il fatto stesso che vengano così prontamente alla memoria è il prodotto di una delle tante bizzarrie cognitive, che fa sì che preoccupiamo di alcune cose più molto più di quanto dovremmo. Più è paurosa un’esperienza, più si fissa nella nostra memoria e sarà pronta a tornare a galla nella coscienza quando incontriamo qualcosa di simile.

I cognitivisti la chiamano “Euristica della Disponibilità.

Pensate a dov’eravate l’11 settembre ad esempio! Voilà!

Il vero pericolo del coronavirus

Cosa fa sì che alcuni rischi ci appaiano più paurosi di altri?

Perché ci preoccupiamo più di questi nuovi virus che dell’influenza (nonostante per noi sia più pericolosa)?

Durante le loro carriere, Paul Slovic, Baruch Fischhoff e altri ricercatori hanno identificato un numero di fattoripsicologici che usiamo per valutare inconsciamente le circostanze esterne e stimarne potenziali pericoli; ne risulta che ci preoccupiamo istintivamente più dei nuovi rischi che di quelli a noi familiari. Questo probabilmente perché ci spaventano maggiormente i rischi su cui non abbiamo controllo. Quando un rischio è nuovo, tale mancanza di conoscenza ci lascia una sensazione di impotenza nel potersi proteggere.

Pensiamo alle domande che ci siamo posti sulla recente epidemia di coronavirus: le mascherine funzionano? Esiste un vaccino? In che modo si diffonde? Quanto è mortale? Il non sapere, collegata ai nuovi rischi, induce ad avere ancora più paura.

Un’altra caratteristica che contribuisce alla paura del coronavirus è legata all’effetto dell’ “euristica della disponibilità”.

Si chiama “errore di rappresentatività” . Saltiamo a conclusioni affrettate basandoci sui pochi primi indizi che sembrano ben accomodarsi con ciò che già sappiamo. Pensate ad esempio a quanto velocemente giudichiamo le persone appena apprendiamo il loro schieramento politico (…).

Nel passato siamo stati messi in guardia che una prossima pandemia globale sia solo una questione di tempo, e non una mera possibilità, e che si tratterà di un qualche virus che dagli animali è passato all’uomo. E che verosimilmente arriverà dall’Asia dell’est…Suona familiare? Potrebbe dunque essere proprio questa… la “grande epidemia”???

Non lo sappiamo, ma sicuramente questo è ciò che sembra.

In definitiva stiamo assistendo a quello che Roger Kasperson e colleghi chiamanorischio di amplificazione sociale.

In quanto animali sociali, tendiamo ad allertarci se il gruppo si spaventa per qualcosa. Mettiamola così: quando ogni altro membro della tribù guarda in una precisa direzione, meglio guardarci anche noi, nel caso in cui un leone stia per attaccare!!! Quindi, quando i giornali e i feed dei social media vengono invasi e dominati dal coronavirus, tale pericolo diventa il segnale più potente rilevato dal nostro radar “scandaglia-rischio”, soppiantando la maggior parte delle altre minacce, anche se rappresentano un rischio maggiore per noi.

E’ un circolo vizioso: per proteggerci cerchiamo informazioni, perché il sapere ripristina almeno in parte la nostra sensazione di controllo. Non c’è dunque da stupirsi poi nell’apprendere che le ricerche Google “sintomi coronavirus” si sono impennate fino al 1000% nelle ultime due settimane.  Ciò ben si spiega col fattore della – psicologicamente sensata – paura che affianca il tremendo interrogativo: Potrebbe succedere anche a ME?”.

Un rischio che riguardi solo qualcun altro è molto meno pauroso che uno su cui possa esser scritto il nostro nome. Ricordate l’Ebola? Finché si trovava altrove nel mondo non sembrava granché, ma quando è sbarcata nei nostri paesi… la paura è salita alle stelle!!!

I miti sull’epidemia

Capire, come sostengono Slovic e colleghi, che “il rischio è un’impressione – e che ciò che determina le nostre paure non è semplicemente un’analisi oggettiva dei fatti, ma ciò che questi fatti appaiono ai nostri occhi – è di vitale importanza per la nostra sicurezza. Sopravvalutare o sottostimare un rischio, e quindi preoccuparsi troppo o troppo poco, possono entrambe essere strade pericolose: se ci preoccupiamo maggiormente dei nuovi rischi che di quelli più familiari, falliamo nell’intento di proteggerci adeguatamente. L’influenza è molto più infettiva e mortale del coronavirus ma, proprio perché familiare, molto spesso le persone persone scelgono di non vaccinarsi nemmeno.

Se ci preoccupiamo maggiormente dei rischi che con più facilità e forza irrompono nella nostra mente, tenderemo a ricercare rimedi aggressivi che potrebbero potenzialmente risultare dannosi. Questo è ciò che succede, ad esempio, quando trattiamo tipo di cancro non mortali (come alcuni tipi di tumore alla prostata, al seno e alla tiroide) con le stesse, rischiose terapie che vengono usate per combattere altri tipi di cancro,semplicemente perché li nominiamo tutti allo stesso modo. Se non temiamo la minaccia dei cambiamenti climatici, personalmente ritengo si stia fallendo nel proteggersi. Se non temiamo abbastanza l’obesità perché pensiamo di poter controllare tale rischio smettendo di mangiare patatine e soda (sempre da domani!), non perderemo certo peso.

In generale comunque, il nostro sistema di percezione del rischio svolge un lavoro piuttosto buono; dopotutto, è grazie ad esso se siam arrivati così lontano nella sfida dell’evoluzione.

Ma dobbiamo tuttavia aprire gli occhi sulla realtà quando si tratta di rischi rispetto ai quali non siamo adeguatamente informati quanto ci piace poter pensare. Capire dunque che le nostre percezioni del rischio sono soggettive, fatte su base emotiva e propensi ad occasionali fraintendimenti della reale portata della minaccia, costituisce un importante modo per vaccinarci contro il pericolo che il sistema può a volte creare.

 

Traduzione a cura della dott.ssa Guia Nerli, Psicologa-Psicoterapeuta in formazione. Contattala al 3518169454 o visita la pagina https://www.facebook.com/guia.nerli.psicologa/

In collaborazione col dott. Marcello Florita.

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